Lolita di Nabokov – Appunti di lettura

Un libro respingente, soprattutto per una donna, in molti punti, ma incredibilmente affascinante per la maestria della scrittura. Sincero? No. Non andare a cercare sincerità in un libro come questo, ma discorsi obliqui, non semplici, non immediatamente evidenti, e in primo luogo cercare fra le sue pagine lo splendore delle tecniche narrative, che diventano possibilità di analisi della realtà, senza remore, senza pregiudizi, senza giudizi. È possibile che l’arte abbia valore in sé come strumento conoscitivo del mondo? E ancora più nello specifico: è possibile che l’arte letteraria, che tratta “temi” e “argomenti”, possa avere valore in sé come strumento conoscitivo del mondo, non dei contenuti del mondo, ma delle forme del mondo? È possibile che l’arte letteraria sia piena di contenuti, come un’esistenza, e contemporaneamente vuota di contenuti, come la musica, e proprio per questo più arte?
Leggendo questo romanzo si è portati a dire di sì.
Lo accomuno con “Meridiano di sangue” di McCarthy: altro romanzo respingente (gronda letteralmente di sangue, violenza, e della loro apparente mancanza di senso), ma che è talmente tanto respingente da farti andare oltre quella marea di nausea, e da farti trovare una vetta dalla quale osservare con un certo distacco ciò che McCarthy costruisce sotto i tuoi occhi (e nel quale ti stavi lasciando trascinare): scopri allora il senso profondo di questa esagerazione, che non diventa pulp, ma meditazione monastica, alla maniera di un immenso ossario. La differenza tra Nabokov e McCarthy la rintraccio nell’uso di due opposti per giungere a quell’Oltre cui ogni buona letteratura dovrebbe tendere: Nabokov s’impossessa dell’apparente leggerezza e logorrea della forma, mentre McCarthy scolpisce immagini, e nelle immagini ritorni, e nei ritorni un sistema umorale e di pensiero, una meditazione talmente disperata da risultare, per certi versi, salvifica (Dio, in ogni caso, nella sua negazione).

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