Romanzi, mestieri e pecore

Nel suo taccuino del 1879, alla data del 22 gennaio, Henry James segna questa nota: “Qualche tempo fa sono venuto a conoscenza della teoria di Anthony Trollope, secondo la quale si potrebbe educare un ragazzo a diventare romanziere, come per qualsiasi altro mestiere. Egli ha educato – o tentato di educare – il proprio figlio secondo questo principio e il giovane è diventato un allevatore di pecore, in Australia”.

James prosegue descrivendo altri casi simili e concludendo che “se ne potrebbe ricavare un raccontino”, nel quale il meccanismo di gioco sarebbe quello della delusione ironica “delle grandiose prospettive dei genitori”…

A parte il fatto che, attualmente, nessun genitore sano di mente si proporrebbe mai di far diventare romanziere il proprio figlio, come se questo status potesse rappresentare una “grandiosa prospettiva”, resta la curiosa teoria che si potrebbe educare un bambino affinché, crescendo, diventi un romanziere. Fare il romanziere è, in questo senso, evidentemente inteso come professione fra le tante, in risposta alla questione spesso sollevata se la scrittura romanzesca sia arte, talento, genio imprevedibili o soprattutto tecnica e mestiere. Ma, ancora più interessante, è che tale professione andrebbe insegnata ai futuri romanzieri fin da piccoli, un po’ come l’arte della danza o della musica. E naturalmente è deliziosamente ironico il fatto che, nell’esperimento di Trollope, il figlio sia diventato invece allevatore di pecore.

Qualche sottile e nascosto legame deve collegare l’indottrinamento romanzesco con l’allevamento ovino, lo intuisco, ma non sono ancora riuscita a metterlo completamente a fuoco…

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