Il confronto teatro/cinema e l’essenzialità del teatro

Ho una convinzione che difendo da anni, e che so essere scomoda in certi ambienti: il teatro non sopravvive nonostante il cinema, Netflix e i social. Sopravvive perché fa qualcosa che nessuno di questi media riesce a fare.

Fa stare il pubblico in uno stato di allerta cognitiva che non ha equivalenti.

Lasciatemi spiegare.

Quando guardiamo un film, il cervello attiva meccanismi di simulazione incarnata — i neuroni specchio ci fanno «vivere» le azioni dei personaggi come se le stessimo compiendo noi. Vittorio Gallese, uno dei padri della teoria dei neuroni specchio, ha dedicato un intero libro a questo fenomeno applicato al cinema. Il risultato è potente, coinvolgente, emotivamente reale.

Ma è anche — e qui sta il punto — fondamentalmente passivo.

Lo schermo separa. Fissa la distanza. Stabilisce un confine netto tra chi guarda e cosa viene guardato. Il cinema è un’arte della trance: bellissima, necessaria, ma che affonda la percezione in un flusso che non chiede rielaborazione. Si riceve.

A teatro accade qualcosa di radicalmente diverso.

Il performer è lì. Respira. Sbaglia. Suda. Occupa lo stesso spazio fisico del pubblico. E il pubblico lo sa — lo sa con il corpo, non solo con la mente. Questa consapevolezza produce un livello di attivazione cognitiva ed emotiva che il cinema non può replicare, per ragioni strutturali prima ancora che artistiche.

La ricerca in neuroscienze teatrali — un campo ancora giovane ma già ricco, con contributi fondamentali di Gabriele Sofia e del gruppo di Giulio Rizzolatti — parla di «simulazione liberata»: a teatro, lo spettatore non riceve un’esperienza già confezionata. La co-costruisce. Porta il proprio corpo, la propria storia, il proprio sistema nervoso dentro uno spazio condiviso con altri corpi presenti, vivi, imprevedibili.

È questa co-presenza che genera quello che io chiamo la dimensione meta del teatro: la capacità di vedersi vedere. Di essere, contemporaneamente, dentro l’emozione e fuori di essa. Di osservare la propria risposta emotiva mentre la si vive.

Questa è una competenza cognitiva precisa. Rarissima. E sempre più necessaria in un’epoca in cui siamo sommersi di contenuti progettati per catturare la nostra attenzione senza mai chiederci di elaborarla.

Il teatro — quello vero, quello che non si scusa di essere difficile — ha ancora il potenziale dello scandalo. Non perché metta in scena cose proibite, ma perché pretende qualcosa dal suo pubblico: presenza, attenzione, tolleranza dell’incompiuto, capacità di stare nell’ambiguità senza che un algoritmo risolva il disagio.

In un mondo che ottimizza ogni stimolo per ridurre la frizione cognitiva, il teatro è l’atto più sovversivo che esista.

Per questo, a mio avviso, non è un lusso culturale da difendere. È un allenamento cognitivo da preservare.

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